Il valore della filantropia di impresa in Italia, i suoi numeri nel quadro di un mundus furiosus, ma anche il viaggio culturale nell’Italia del fare, spesso poco mediatizzata. Sono stati questi i temi al centro di Visioni e Connessioni, l’evento che ha visto la presentazione del volume omonimo, che si è tenuto lo scorso 13 maggio a Villa Magistrale, a Roma. Organizzata da EY Foundation, l’iniziativa ha visto anche una mostra fotografica dedicata alle 13 fondazioni di impresa – Fondazione Agnelli, Fondazione Bracco, Paolo Chiesi Foundation, Osservatorio Naturalistico Isola di Culuccia, Fondazione Alia Falck, Fondazione Ferragamo, Fondazione Grimaldi, Fondazione Ernesto Illy, Fondazione Lavazza, Fondazione Oltre, Fondazione Pirelli, Fondazione Lene Thun, Fondazione Ermenegildo Zegna – la cui visione è al centro del libro curato da Walter Mariotti e impreziosito dagli scatti di Claudio Morelli.
Ad aprire il pomeriggio è stata Stefania Boschetti, CEO di EY Italia, che ha chiarito il senso della prima tappa di Visioni e Connessioni definito il Giro d’Italia della Filantropia: partire dal Made in Italy inteso come elemento iconico del PIL e ossatura produttiva del Paese. Un viaggio, racchiuso in un volume fotografico, che ha preso forma attraverso le storie di tredici famiglie imprenditoriali italiane, protagoniste della manifattura e del mondo del fare, capaci di sostenere con visione e coraggio la crescita di settori chiave dell’economia del Paese: dall’industria al lusso, dalla moda all’agroalimentare, fino all’artigianato. Lo sguardo del libro, però, non si è posato sui numeri ma sul lato più nascosto dell’impresa, quello della filantropia, in cui si rivelano la visione, il legame con le persone, la responsabilità verso il territorio e la capacità di dialogare con ciò che circonda l’attività produttiva. In questo senso, Visioni e Connessioni si è configurato come uno spazio di eccellenze che non vive dentro le celle di Excel, ma respira fuori da esse. Per raccontarlo, non a caso, EY Foundation ha scelto linguaggi diversi da quelli dell’analisi economico-finanziaria, affidando alla penna di Walter Mariotti, direttore editoriale di Domus, e allo sguardo fotografico di Claudio Morelli il compito di restituire, attraverso un libro e una mostra, un viaggio fatto di storie e relazioni, accomunate dalla capacità di restituire valore al territorio.
(L’excursus storico-letterario di Walter Mariotti)
Ed è stato proprio Walter Mariotti ad approfondire la genesi culturale di Visioni e Connessioni, collocandola all’interno della tradizione dei viaggi in Italia, resi celebri da Goethe come tentativo di rispondere a una domanda che attraversa i secoli: che cos’è l’Italia?. Riprendendo Leopardi e il suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, Mariotti ha ricordato come l’Italia sia spesso descritta come un Paese “diverso”, anomalo, segnato da fratture e metamorfosi.
Eppure, tornando al presente ed esplorando percorsi laterali e poco mediatizzati, emerge anche un’altra Italia: un’Italia che non cerca rappresentazione, ma che esiste e opera attraverso persone in carne e ossa, famiglie e imprese capaci di generare senso. È questa Italia che il progetto ha provato a raccontare, evitando ogni idealizzazione e ogni rigida geografia, per concentrarsi invece sulle storie e sulle relazioni. Attraverso la parola e l’immagine, Visioni e Connessioni restituisce un capitalismo familiare poco visibile ma profondamente generativo, capace di trasformare l’impresa da mera macchina del profitto a organismo vivente, radicato nel territorio e responsabile verso la comunità. Una forma di “restituzione” che non è una moda recente, ma una pratica antica del saper fare – e del saper essere – italiano. Mariotti ha individuato tre tratti distintivi di questa geografia emozionale: continuità, intesa come visione di lungo periodo; radicamento, non solo geografico ma culturale e valoriale; e discrezione, lontana dalla spettacolarizzazione. A questi si aggiunge un elemento decisivo: la rete. Le fondazioni familiari, ha sottolineato, riescono a costruire comunità e connessioni dove spesso le grandi istituzioni faticano, dando vita a una communitas capace di tenere insieme urbs e civitas. In questo senso, le tredici storie raccontate rappresentano un tentativo – piccolo ma ambizioso – di colmare un vuoto, e una scommessa culturale che testimonia la fiducia di EY Foundation nel valore di quest’Italia.
(La presentazione dei dati sulla filantropia curata da Mario Rocco)
A portare l’attenzione sui numeri è stato Mario Rocco, Partner EY-Parthenon Italia, che ha presentato il lavoro di analisi condotto per stimare l’impatto economico della filantropia privata e del Terzo settore nel nostro Paese, che ammonta a circa 25 miliardi di euro. Un esercizio complesso ma necessario, perché – ha spiegato – misurare significa conoscere, spiegare, rendere trasparente, e quindi costruire fiducia intorno a un fenomeno che può diventare una leva strategica del welfare. La difficoltà principale sta nella forte frammentazione dei dati: fonti diverse, perimetri non omogenei, periodicità disallineate. Istat e RUNTS rappresentano riferimenti fondamentali, ma con limiti ancora evidenti; lo stesso problema, ha sottolineato Rocco, è comune a livello europeo, rendendo difficile anche il confronto tra Paesi. Per ricostruire il mosaico, EY ha incrociato più fonti: dal Rapporto ACRI sulle fondazioni bancarie – che nel 2024 registra circa 22 mila interventi e 1,1 miliardi di euro erogati, con un importo medio di 49 mila euro a conferma della frammentazione – ai dati su otto e cinque per mille, fino alle stime sui lasciti testamentari, destinati nei prossimi dieci anni a muovere masse di ricchezza superiori al PIL annuo italiano. Un capitolo centrale è quello del volontariato, il cui valore economico è stato stimato in circa 12 miliardi di euro, attribuendo un salario ombra medio alle ore donate. Nel complesso, la filantropia privata genera un valore stimato di 12,7 miliardi di euro, a cui si aggiunge quello del volontariato. Numeri che restano, per loro natura, stime, ma che indicano una direzione importante, che permetterebbe di passare da dati stimati a dati rilevati, rafforzando il RUNTS e l’ecosistema informativo. Perché solo attraverso la misurazione – non solo delle risorse in entrata, ma anche degli impieghi e dell’impatto – la filantropia può diventare un attore credibile del sistema di welfare, capace di dialogare con i policy maker e contribuire in modo strutturale alle politiche pubbliche, soprattutto a favore dei più fragili.
(Riccardo Paternò racconta il ruolo del Sovrano Militare Ordine di Malta)
Riccardo Paternò, Gran Cancelliere del Sovrano Militare Ordine di Malta e presidente di EY Foundation Italia, ha messo in luce il valore della continuità come fondamento dell’azione filantropica, evidenziando la credibilità e l’autorevolezza di un’istituzione che rappresenta un unicum nel panorama internazionale: ordine religioso, entità sovrana e organizzazione umanitaria insieme. Riconosciuto da 115 Paesi, con relazioni diplomatiche attive e un seggio permanente alle Nazioni Unite, l’Ordine di Malta opera oggi in circa 130 Paesi, adattando il proprio intervento ai contesti più diversi, dalla gestione di ospedali di eccellenza alle attività di assistenza di base nelle aree più fragili. A caratterizzarne l’azione sono tre elementi chiave: la continuità, che genera fiducia; la globalità, intesa come presenza reale e radicata; e soprattutto la neutralità, che consente di aiutare chiunque sia nel bisogno, senza distinzione di religione, cultura o appartenenza, e senza finalità di proselitismo. In un mondo sempre più complesso, Paternò ha sottolineato la necessità di aggiornare anche il modello filantropico: dall’evoluzione delle forme di finanziamento – con la creazione di un fondo sovrano e strutture dedicate alla selezione e al sostegno di progetti sostenibili – all’armonizzazione dei contesti giuridici e al rafforzamento delle competenze. Perché oggi, ha evidenziato, il volontariato non può più essere improvvisato: deve nascere dal cuore, ma essere professionale, capace di dialogare con gli Stati, di attivare partnership concrete e di trasformare valori condivisi in azioni efficaci. Un impegno che, accanto alla risposta materiale ai bisogni, prova a offrire anche speranza e orizzonte, rimanendo fedele al carisma dell’Ordine: servire i poveri, i fragili e gli ammalati.
(Le conclusioni di Stefania Boschetti)
A chiudere l’incontro è stata Stefania Boschetti, delineando la seconda tappa di Visioni e Connessioni che riguarderà il mondo delle competenze, sempre più rilevanti in un momento storico in cui le tecnologie stanno trasformando profondamente il lavoro e mettendo sotto pressione diverse professioni. Il sistema dell’istruzione, ha sottolineato Boschetti, fatica ancora a riconfigurarsi con la velocità necessaria per rispondere a questi cambiamenti, alimentando un mismatch crescente tra le competenze richieste dalle imprese e quelle offerte dal mondo scolastico e universitario. Da qui la scelta di concentrarsi sugli Istituti Tecnologici Superiori (ITS), il terziario professionalizzante, come leva strategica per sostenere la manifattura e le filiere produttive, cuore del sistema industriale del Paese. L’ambizione, ha proseguito, è quella di accompagnare questi istituti non solo sul piano dei contenuti, ma anche della comunicazione e dell’orientamento, immaginando una vera e propria “piattaforma dei mestieri”: un modello che parta dai mestieri e non solo dai percorsi accademici, aiutando i giovani a orientarsi in modo più consapevole tra professioni, competenze e opportunità lavorative. Un impegno, ha concluso, che parla di futuro, di lavoro e di giovani, e che riflette la responsabilità di EY Foundation che, forte di un osservatorio privilegiato sul mercato del lavoro, sceglie di contribuire alla cucitura di connessioni più efficaci tra formazione, impresa e società.
Nel corso dell'evento sono intervenuti: