Qui si coltiva la libertà

Sui terreni dove la criminalità organizzata immaginava di costruire il più grande campus universitario d’Europa, oggi germogliano pomodori, legumi, mandorli e storie di riscatto. A Valenzano, alle porte di Bari, il progetto “Il Pomodoro non giudica”, promosso dalla cooperativa sociale Semi di Vita, sta trasformando 26 ettari confiscati alla mafia in un laboratorio permanente di agricoltura sociale, inclusione e rigenerazione civile.

L’idea nasce da una frase lasciata cadere lì, come un seme quasi sfuggito di mano, e che quando trova terreno fertile non può che mettere radici. “Un professore dell’Università della Tuscia, Saverio Senni, che avevo incontrato quando ancora stavamo cercando di capire se imbarcarci o no in questa avventura, mi disse: ‘Angelo, il pomodoro non giudica, puoi farlo coltivare a tutti, nessuno escluso’”, racconta Angelo Santoro, presidente della cooperativa. “Quando ti si apre la mente in questo modo, non puoi fare altro che rimboccarti le maniche, e darti da fare”. Da quella frase prende forma un’esperienza che oggi coinvolge ragazzi con disabilità, detenuti dell’istituto penale minorile di Bari, giovani Neet (ragazzi che hanno abbandonato gli studi e non lavorano), persone sottoposte a misure alternative alla detenzione e donne vittime di violenza. 

Tra le erbacce, piantando pomodori e raccogliendo carciofi, cerchiamo di far crescere questi ragazzi testimoniando loro che vale la pena fare quello che fanno, per essere liberi. E un dolore pensare che la sera, quando vanno via da qui, tornano in carcere per la notte

Una proiezione, al cubo, dell’esperienza di Semi di Vita, realta che nasce nel 2011 come orto sociale in un quartiere di Bari. Un appezzamento di terra coltivata in mezzo ai palazzi. “Nessuno di noi sapeva fare agricoltura”, ricorda Santoro. “Venivamo tutti da mondi diversi. Abbiamo iniziato con due ettari in mezzo ai caseggiati, dimostrando che si poteva fare agricoltura sociale anche in città, e che anzi forse proprio lì aveva più valore”. Un progetto considerato da molti velleitario, quasi impossibile. “Ci davano per spacciati. Dicevano che eravamo pazzi a far fare quel lavoro ragazzi con disabilità o minori del penale”. Eppure proprio lì, tra gli orti urbani, nasce una comunità inattesa di famiglie, pensionati e volontari che progressivamente si riconoscono nel progetto.

La svolta arriva nel 2018, quando la cooperativa decide di partecipare al bando per la gestione del grande terreno confiscato alla criminalità organizzata di Valenzano. “Io all’inizio avrei detto di no”, ammette Santoro. “I miei soci invece vedevano qui un futuro. Quando siamo arrivati non c’era nulla: erbacce, pietre, rifiuti”. Oggi ci sono orti, uliveti, mandorleti, serre, un pollaio biologico e presto nascerà anche un hub culturale e gastronomico, con il ristorante sociale “Il Pomodoro non giudica”, alimentato da una filiera agricola biologica e a chilometro zero. Ma anche orti didattici, percorsi di ortoterapia, laboratori di trasformazione alimentare, spazi per eventi culturali e attività di coworking rurale. L’obiettivo non è solo creare occupazione, ma costruire un modello economico autosostenibile capace di tenere insieme agricoltura, welfare e legalità.

L’esperienza degli orti sociali urbani è stata importante perché solo venendo lì, faticando sulla terra insieme alle persone del quartiere, la comunità ha capito il senso di quel che volevamo fare

La dimensione educativa resta centrale. Nel carcere minorile “N. Fornelli” di Bari, Semi di Vita gestisce una serra di 400 metri quadrati dove i ragazzi imparano a coltivare e confezionare prodotti agricoli. “Quando arrivano qui diciamo sempre la stessa cosa: non mi importa quello che hai fatto fino a oggi, mi importa da adesso in poi”, spiega Santoro. “Cerchiamo di testimoniare che vale la pena impegnarsi per essere liberi davvero”. 

Non è un percorso semplice. Gestire un bene in campagna, e per di più un bene confiscato, significa convivere con furti, incendi e atti vandalici. “Subiamo tutto quello che subiscono le aziende agricole del territorio, ma con una pressione in più”, racconta il presidente della cooperativa. “Però non perdiamo la speranza. Questo bene non è nostro: è della collettività. E la gente lo ha capito”. 

(Angelo Santoro, Fondatore Semi Di Vita ETS)
Quando abbiamo a pensare a cosa fare nel terreno, ci siamo detti: finchè c’è vita, c’è speranza. E allora qui abbiamo cominciato a metterci la vita, una piccola colonia di galline, e da lì poi tutto il resto

Tra gli spazi più simbolici del progetto c’è l’“Uliveto della memoria”. Quando la cooperativa prese possesso dei terreni, degli oltre diecimila ulivi originari ne restavano appena 250. Oggi, accanto agli alberi sopravvissuti, trovano posto le targhe dedicate alle 106 vittime innocenti pugliesi della mafia, ciascuna collegata a un QR code che ne racconta la storia. “Se ricordiamo queste persone», osserva Santoro, «possiamo fare una sola cosa: impedire che accada di nuovo”.