La missione, inizialmente, era complessa e un po’ tutta da verificare. Perché, stando alle sacre categorie del mestiere di fotografo, qui la prima reogla era di rompere proprio le categoriel, e inventarsi qualcosa di diverso. Un viaggio attraverso territori, città, periferie, sedi aziendali e spazi sociali, quindi un reportage. Ma poi, davanti all’obiettivo, persone-protagoniste e quindi - stando appunto alle categorie - ritratti: imprenditrici e imprenditori per lo più abituati a mettersi in posa e trasmettere, in uno scatto, la propria storia, la propria aura, la forza della loro impresa.
Il lavoro, lo sguardo di Claudio Morelli, fotografo reportagista con ormai qualche decennio di esperienza dietro all’obiettivo, non doveva però essere né una cosa né l’altra. Non interessava il personaggio, ma la persona. I suoi valori, non il valore scritto nel bilancio aziendale.
Nasce da questa sfida il giro d’Italia, durato quasi otto mesi, tra agende sempre complicate da incastrare e chiamate all’ultimo minuto, che ha portato alla costruzione del racconto fotografico che accompagna il volume di Visioni e Connessioni dedicato alla filantropia d’impresa. Un’avventura ad alta densità umana che con l’accento napoletano e la riflessività guizzante che è il suo marchio di fabbrica, Morelli racconta così.
I protagonisti di Visioni e Connessioni appartengono a grandi famiglie imprenditoriali, ma nelle fotografie non sono mai "in posa". Come ha costruito questo racconto per immagini?
L'idea è stata quella di allontanarsi dal ritratto istituzionale, quello a cui questi imprenditori sono normalmente abituati. Non volevamo rappresentare il loro ruolo, ma raccontare la persona nel suo ambiente, attraverso un linguaggio vicino al reportage. Per questo le fotografie sono nate quasi sempre in modo spontaneo: spesso iniziavo a scattare ancora prima delle presentazioni formali, senza costruire una scena. È un approccio che sorprende chi è abituato a servizi molto organizzati, ma proprio questa sorpresa contribuisce a sciogliere le persone. In pochi minuti si crea un clima diverso, più naturale, che permette di cogliere espressioni e gesti autentici. Il protagonista resta sempre al centro dell'immagine, ma non è mai isolato: il suo spazio, gli oggetti, il luogo in cui vive e lavora diventano parte integrante del racconto. Per me una persona non esiste separata dal contesto che ha costruito intorno a sé.
Quanto conta il rapporto umano nella realizzazione di un ritratto come questo?
È fondamentale. Io fotografo mentre parlo con le persone, interrompo spesso gli scatti per fare domande, ascoltare una storia, seguire una curiosità personale. Non è una tecnica per ottenere una posa migliore: è il modo che ho per costruire una relazione autentica. Se questa relazione non nasce, difficilmente nascerà anche una fotografia davvero significativa. Cerco sempre di incontrare la persona prima del personaggio. A volte basta una battuta, un accento condiviso, un ricordo personale perché il dialogo cambi completamente tono. Naturalmente ogni soggetto è diverso: c'è chi mantiene una maggiore formalità e chi invece si apre subito. Il fotografo deve saper leggere queste sfumature e adattarsi. A me interessa molto di più restituire una fotografia capace di raccontare qualcosa della persona che ottenere un'immagine tecnicamente perfetta ma priva di profondità.
Per lo stile fotografico è stato scelto il bianco e nero, con tonalità molto morbide. Perché questa scelta?
Il bianco e nero è stata una scelta condivisa fin dall'inizio perché dava al progetto una forte unità visiva. Ogni servizio è stato realizzato in contesti completamente diversi: aziende, fondazioni, paesaggi, uffici, luoghi naturali. Serviva un elemento capace di tenere insieme questa varietà, e il bianco e nero è diventato quella costante grafica. Inoltre ha un'altra qualità: allontana le immagini dal tempo presente. Il colore ci ancora molto al momento in cui una fotografia è stata scattata; il bianco e nero, invece, introduce una dimensione più sospesa, quasi permanente. Personalmente preferisco anche evitare contrasti troppo marcati: amo una scala di grigi morbida, più calma, meno aggressiva. Mi sembrava il linguaggio più coerente per un lavoro che parla di responsabilità, relazioni e visione di lungo periodo.
Attraversando l'Italia per incontrare dodici famiglie impegnate nella filantropia, che cosa ha scoperto di questo mondo?
Ogni reportage insegna qualcosa, ed è uno dei privilegi di questo mestiere. In questo caso ho scoperto soprattutto un lato molto umano di persone che spesso siamo abituati a vedere soltanto nella loro dimensione pubblica. Parlando con loro emergevano aspetti personali che normalmente restano nascosti: curiosità, sensibilità, persino una certa informalità che non ti aspetteresti. Ho avuto la sensazione che, nelle famiglie imprenditoriali, la filantropia nasca dalla volontà di lasciare un segno che vada oltre l'impresa. Costruire un'azienda significa già incidere sulla vita delle persone, ma attraverso le fondazioni e i progetti sociali queste famiglie cercano di estendere quell'impatto anche fuori dal perimetro economico. Non credo esista un'unica motivazione, ma in molti ho riconosciuto una particolare forma di intelligenza, che non è solo imprenditoriale ma anche relazionale: la capacità di guardare il mondo esterno, comprenderne i bisogni e sentirsi parte di una comunità più ampia. È questa, probabilmente, la lezione più interessante che porto con me da questo viaggio.